Maltrattamenti in famiglia: il reato sussiste anche nel caso di cessazione della convivenza

Cassazione Penale , Sez. 3°, sentenza 17.01.2013 n° 2328

 maltrattamenti violenza donna

La Terza Sezione della Suprema Corte di Cassazione ritorna sul delicato tema della configurabilità del delitto di maltrattamenti in famiglia nelle ipotesi in cui sia cessato il rapporto di coniugio, ribadendo che integra il reato previsto e punito dall’art. 572 c.p. quella condotta consistente in “una serie di atti di vessazione tali da cagionare sofferenze, privazioni, umiliazioni nel coniuge che li soffre” posta in essere anche dopo la cessazione della convivenza; la separazione dei coniugi, infatti, lascia integro il dovere di rispetto reciproco, di assistenza morale e materiale, di solidarietà nascenti dal rapporto coniugale.

Si veda anche: Cass. pen. Sez. VI Sent., 21-01-2009, n. 16658; Cass. pen. Sez. VI Sent., 27/06/2008, n. 26571; Cass. pen. Sez. VI, 22/09/2003, n. 49109.

Riferimenti normativi: art. 572 c.p.

Testo integrale

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE III PENALE

Sentenza 6 novembre 2012 – 17 gennaio 2013, n. 2328

(Presidente Franco – Relatore Amoroso)

…omissis…

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza n. 6984/11 il Tribunale di Milano condannava P.L. alla pena di anni otto di reclusione, oltre sanzioni accessorie; lo condannava altresì al pagamento delle spese processuali, perché ritenuto responsabile di aver in abituale stato di ubriachezza, maltrattato la moglie B.B. minacciandola, insultandola, perseguitandola con reiterate telefonate e messaggi di disturbo e con pedinamenti, percuotendola, nonché procurandole in più occasioni lesioni personali (capo 1), fatti avvenuti in Milano dall’anno 1999 all’8 giugno 2010 (data d’ingresso in carcere per altra causa), nonché di averla costretta dalla metà dell’anno 2008 quantomeno al maggio 2009 a subire atti sessuali, nonostante il manifestato dissenso (capo 2).

2. Con atto d’appello data 29.10.2011 la difesa di P.L. impugnava tale pronuncia deducendo tre motivi di doglianza. Lamentava in via istruttoria la carenza dell’istruzione dibattimentale, per effetto: a) della mancata audizione di parte dei testimoni della difesa, che avrebbero dovuto essere sentiti anche in considerazione delle numerose lacune ed incertezze dimostrate nella narrazione dei fatti dalla persona offesa, come il sig. V.D. che avrebbe dovuto riferire della lite del Natale 2008, oppure ancora i figli della coppia, che avrebbero potuto confermare l’assoluta estraneità del padre circa gli episodi più gravi, quali l’asserita violenza sessuale; b) della tralasciata trascrizione delle prodotte conversazioni telefoniche, si che non avrebbe potuto aversi la prova che vi fosse la certezza dei reali interlocutori e dell’integralità del contenuto, che ben avrebbe potuto essere stato oggetto di tagli e manipolazioni; c) dell’omessa acquisizione degli sms tramite tabulati telefonici, al fine di poter verificare i reali rapporti intercorsi con la moglie. Contestava in via principale l’affermazione della sua penale responsabilità, ex artt. 94 e 572 c.p., perché nascente dalla ricostruzione della vicenda operata dal primo giudice sulla base delle frammentarie e poco chiare dichiarazioni della parte lesa, all’epoca dei fatti adusa a sostanze stupefacenti, che non avrebbero consentito di evidenziare l’abitualità del contestato reato, bensì due soli episodi violenti, il primo verificatosi alla vigilia del (omissis) a causa della polemica innescata dal costo di un regalo natalizio ed il secondo nell'(omissis) per via di una frase ingiuriosa, che terzi avrebbero pronunciato circa le modalità di concepimento dei loro figli. Deduceva la violazione degli artt. 94, 81 cpv. 609 bis, 609 septies n. 4, c.p. perché la sua responsabilità era stata accertata sulla scorta delle dichiarazioni della parte lesa, erroneamente ritenute coerenti, reiterate e scevre da ogni intento denigratorio e riscontrate da elementi oggettivi e testimoniali, quali le deposizioni rese dalla madre, dalla sorella e dalle amiche della persona offesa, che in realtà si erano limitate a confermare quanto dichiarato dalla B. in sede d’esame testimoniale. Deduceva altresì in via subordinata il mancato contenimento della pena nei minimi edittali ed il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche ex art. 62 bis c.p., con giudizio di prevalenza rispetto alla aggravanti contestate.

3. Con sentenza del 4.5.2012 la Corte d’Appello confermava la sentenza emessa in data 6.6.2011 dal Tribunale di Milano nei confronti di P.L. e condannava l’appellante al pagamento delle ulteriori spese processuali.

4. Avverso questa pronuncia i difensori dell’imputato propongono due ricorsi per cassazione integrati con motivi aggiunti.

Considerato in diritto

1. Con il primo ricorso, articolato in un motivo, il ricorrente deduce che la parte offesa nelle sue dichiarazioni testimoniali in dibattimento era incorsa in contraddizioni. Lamenta la mancata assunzione di nuove prove, Deduce che i contestati maltrattamenti non avevano il requisito della contestualità. Anche nei motivi aggiunti il ricorrente insiste nel censurare la mancata rinnovazione dell’istruttoria e nel dedurre il difetto di credibilità della parte offesa.

Con il secondo ricorso, articolato in quattro motivi, il ricorrente deduce ulteriormente l’insufficienza della motivazione quanto all’attendibilità della deposizione della parte offesa non avendo la sentenza impugnata indicato le concrete modalità della minaccia o della violenza. In ogni caso le condotte dell’imputato non integrano il reato di maltrattamenti in famiglia bensì quello di lesioni o di percosse o di ingiurie o di atti persecutori (art. 612 bisc.p.). Vi è stata quindi un’erronea qualificazione giuridica dei fatti addebitati. Rileva inoltre che la comunione di vita e quindi la convivenza dei coniugi si era interrotta nell'(omissis) talché il reato di maltrattamenti non può sussistere ove manchino ovvero cessino i rapporti familiari. In ogni caso si tratta di condotte singole non già unificante dal vincolo della abitualità.

Il ricorrente poi deduce che la querela per il reato di violenza sessuale era stata sporta solo in data 24 maggio 2010 e quindi oltre i termini previsti per la sua proposizione (la violenza sessuale è stata contestata fino al (omissis). Il reato però è stato considerato procedibile grazie alla qualificazione giuridica degli episodi violenti come reato di maltrattamenti in famiglia, in ragione dell’applicazione della aggravante di cui all’art. 609 septies n. 4 c.p. che prevede la procedibilità d’ufficio anche per il fatto di violenza sessuale connesso.

Pertanto la corte d’appello avrebbe dovuto adeguatamente motivare in ordine alla sussistenza del reato di maltrattamenti in famiglia.

Infine il ricorrente contesta la valenza probatoria e l’utilizzabilità delle registrazioni di conversazioni telefoniche operate dalla stessa parte offesa.

2. Il ricorso è infondato.

3. Preliminarmente va ritenuta inammissibile l’eccezione di improcedibilità per tardività della querela atteso che si tratta di censura non proposta in grado d’appello e sulla quale pertanto la corte d’appello non si è pronunciata. Né l’imputato appellante aveva censurato la riconducibilità al reato di cui all’art. 572 c.p. dei ripetuti episodi di percosse, lesioni e ingiurie dall’imputato posti in essere in danno del coniuge B.B. Anche di tale profilo dell’odierna censura la sentenza impugnata non si occupa. In ogni caso deve considerarsi che questa corte (Cass., Sez. 3, 7/10/2003 – 12/11/2003, n. 43139) ha affermato – e qui ribadisce – che ai fini della perseguibilità senza querela dei delitti di violenza sessuale, la connessione con un reato procedibile d’ufficio cui si riferisce l’art. 609-septies c.p. sussiste ogni qual volta l’indagine sul delitto perseguibile d’ufficio comporti necessariamente l’accertamento di quello punibile a querela, cioè debbano essere investigati fatti commessi l’uno in occasione dell’altro, oppure l’uno al fine di eseguire l’altro, o ancora l’uno per occultare l’altro od al fine di conseguire la relativa impunità. Si è quindi ritenuta la stretta connessione tra il delitto di maltrattamenti in famiglia ed un fatto di violenza sessuale in danno del coniuge commesso in costanza del matrimonio, sul presupposto che l’indagine sul primo coinvolgesse necessariamente tutti gli aspetti del rapporto di coniugio. E si è poi precisato (Cass., Sez. 3, 29/01/2008 – 13/03/2008, n. 11263) che ai fini della perseguibilità senza querela dei delitti di violenza sessuale la connessione con reato procedibile d’ufficio non viene meno a seguito del ritenuto assorbimento del reato di maltrattamenti nel reato di violenza sessuale, ma solo all’esito di intervenuta assoluzione dal medesimo per insussistenza del fatto.

4. Quanto alle altre censure deve considerarsi che la pronuncia d’appello va letta unitamente alla sentenza di primo grado alla quale la prima fa riferimento. I giudici di merito hanno ritenuto provato nel complesso il comportamento estremamente aggressivo e violento dell’imputato nei confronti della moglie (percosse, lesioni, ingiurie). La parte offesa ha narrato nel dettaglio gli episodi più dolorosi riferendo altresì che nell’ultimo periodo di convivenza con il marito era stata costretta a rapporti sessuali contro la sua volontà. Ha ricordato in particolare che una notte, mentre si trovava nella stanza da letto con i figli piccoli che dormivano, l’imputato tornò a casa ubriaco e la svegliò; quindi la colpì con sberle e con pugni e la costrinse ad avere un rapporto sessuale completo nella stanza dei bambini, uno dei quali si era svegliato. Anche dopo la separazione dei coniugi (omissis) l’imputato continuò ad avere un atteggiamento molto aggressivo nei confronti della moglie, che alla fine si determinava a proporre denuncia nei confronti del marito (nel (omissis).

Le dichiarazioni della parte offesa, che non si è costituita parte civile, sono state ritenute dai giudici di merito (sia dal tribunale che dalla corte d’appello) coerenti, lineari, reiterate nonché estremamente sofferte, e quindi nel complesso pienamente credibili. Le deposizioni testimoniali (la madre Annamaria pazzi, la sorella F.B., le amiche R.C., M.A.M., R.D.L.) poi hanno fornito riscontro alla narrazione offerta dalla parte offesa, non revocata in dubbio dalle deposizioni dei testi a difesa dell’imputato che i giudici di merito non hanno mancato di prendere in considerazione. I giudici di merito poi hanno tenuto anche conto della trascrizione delle conversazioni telefoniche tra l’imputato e la moglie che hanno mostrato come il primo insultasse e minacciasse reiteratamente e con toni estremamente violenti quest’ultima.

Dal compendio probatorio raccolto sono emersi gli elementi del reato di cui all’art. 572 c.p., integrato da una serie di atti di vessazione continui e tali da cagionare sofferenze, privazioni, umiliazioni nel coniuge che li soffre. Il reato di maltrattamenti peraltro può sussistere anche quando la convivenza sia cessata e quindi anche dopo la separazione dei coniugi, che lascia integro il dovere di rispetto reciproco, di assistenza morale e materiale, di solidarietà nascenti dal rapporto coniugale.

Nella valutazione dei giudici di merito, sorretta da motivazione ampiamente sufficiente e del tutto coerente, sussiste anche la prova del reato di violenza sessuale atteso che la parte offesa, sottoposta alle ripetute vessazioni che integrano il reato di maltrattamento, è stata anche costretta, in più occasioni, con la violenza fisica e con la minaccia di essere picchiata, ad avere rapporti sessuali completi con l’imputato.

5. Quanto all’entità della pena, ha motivatamente ritenuto la Corte d’appello che la gravità della condotta, il suo perdurare nel tempo e l’assenza di resipiscenza da parte dell’imputato, giustificassero l’entità della sanzione irrogata dal giudice di primo grado. La corte territoriale ha poi anche motivato il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche richiamando il lungo elenco di condanne riportate dall’imputato e la totale assenza di parametri positivi sui quali ancorare il richiesto beneficio.

6. Pertanto il ricorso va nel suo complesso rigettato con conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

la Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

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