Approvato il piano globale di eliminazione e prevenzione di tutte le forme di violenza sulle donne e le bambine: la 57° Sessione della CSW.

CSWDal 4 al 15 marzo 2013, si è svolta a New York, in un silenzio quasi assoluto della stampa nazionale, a fronte, invece, di una grande partecipazione della società civile, la 57° Sessione della Commissione sulla condizione delle donne (“UN-CSW57, United Nations Commission on the Status of Women”), al termine della quale i rappresentanti di 193 Paesi del mondo hanno firmato un documento (“agreed conclusions“) che, ancorchè non vincolante, rappresenta un importante tassello nel contrasto alla violenza sulle donne e nell’affermazione dell’uguaglianza di genere. I dati dell’Onu, infatti, sono allarmanti: circa 7 donne su 10 subiscono violenza nel corso della vita e 603 milioni di donne vivono in nazioni che non la considerano un reato.
Si ricorda che il 6 Febbraio, in vista proprio di tale sessione, il Parlamento Europeo aveva approvato la risoluzione sulla “prevenzione ed eliminazione di ogni forma di violenza contro le donne e le ragazze” premettendo che tale violenza “resta una delle forme più gravi di violazione strutturale dei diritti umani a livello mondiale, ed è un fenomeno che coinvolge vittime e aggressori di ogni età, livello d’istruzione, reddito e posizione sociale, e che costituisce sia una conseguenza che una causa della disuguaglianza tra donne e uomini” e che “occorre affrontare tutte le forme di violenza contro le donne, vale a dire la violenza fisica, sessuale e psicologica, quali definite dalla Piattaforma d’azione di Pechino, dal momento che tutte limitano la possibilità delle donne di godere pienamente dei diritti umani e delle libertà fondamentali”, sollecitando, così,  il buon esito della 57° Sessione della CSW (si veda anche, “Strasburgo votata la risoluzione contro la violenza sulle donne“).
La CSW (Commissione funzionale del Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite, istituita nel 1946) ogni anno esamina un’area della Piattaforma di Pechino, definita area prioritaria (priority theme), con la delineazione di raccomandazioni per i Governi, gli organismi intergovernativi, le istituzioni, la società civile e tutti gli attori coinvolti. Essa è composta da 45 rappresentanti dei Governi, in carica per quattro anni (attualmente l’Italia ne è componente). I Paesi che non fanno parte della CSW possono partecipare al dibattito e assistere al negoziato, dove hanno il diritto di parola, ma non di voto. Le ONG, con status consultivo presso l’ONU, partecipano invece ai lavori della Commissione come osservatori.
Tema prioritario di quest’anno è stato “l’eliminazione e la prevenzione di tutte le forme di violenza contro le donne e le ragazze” (“Elimination and prevention of all forms of violence against women and girls”); contestualmente si sono svolti  incontri e tavole rotonde concernenti le condizioni di vita e di lavoro delle donne nel mondo, nonché la condivisione delle responsabilità tra donne e uomini, compresi i servizi di cura nel contesto dell’HIV/AIDS (“The equal sharing of responsibilities between women and men, including caregiving in the context of HIV/AIDS“).
Il documento conclusivo della 57° Sessione, che consta di ben 16 pagine,  esordisce nella definizione del concetto di violenza affermando che “violence against women and girls is rooted in historical and structural inequality in power  relations between women and men, and persists in every country in the world as a pervasive violation of the enjoyment of human rights. Gender-based violence is a form of discrimination that seriously violates and impairs or nullifies the enjoyment by women and girls of all human rights and fundamental freedoms. Violence against women and girls is characterized by the use and abuse of power and control in public and private spheres, and is intrinsically linked with gender stereotypes that underlie and perpetuate such violence, as well as other factors that can increase women’s and girls’ vulnerability to such violence”.
Indica, dunque, la necessità di procedere (in alcuni Stati di avviare) e intensificare l’azione di prevenzione e contrasto del fenomeno (si legge al punto 16, che “all States have the obligation, at all levels, to use all appropriate means of a legislative, political, economic, social and administrative nature in order to promote and protect all human rights and fundamental freedoms of women and girls, and must exercise due diligence to prevent, investigate, prosecute and punish the perpetrators of violence against women and girls and end impunity, and to provide protection as well as access to appropriate remedies for victims and survivors”), nonché il dovere di consolidare gli interventi a tutela della parità e delle pari opportunità, dando priorità alla creazione di una rete di servizi a sostegno delle donne, il diritto alla salute sessuale e riproduttiva con particolare attenzione all’età adolescenziale. Sul punto, si legge: “Ensure the access of adolescents to services and programmes on preventing early pregnancy, sexually transmitted infections and HIV, ensuring personal safety, and preventing the use and abuse of alcohol and other harmful substances. Develop policies and programmes, giving priority to formal and informal education programmes that support girls and enable them to acquire knowledge, develop self-esteem and take responsibility for their own lives, including access to a sustainable livelihood; and place special focus on programmes to educate women and men, especially parents and caregivers, on the importance of girls’ physical and mental health and well-being, including the elimination of child, early and forced marriage, violence against women and girls, female genital mutilation, child sexual exploitation, including commercial sexual exploitation, sexual abuse, rape, incest and abduction, and the elimination of discrimination against girls such as in food allocation”.
Non manca, e non poteva mancare, una dura condanna a procedure invasive (spesso giustificate da motivi religiosi e/o culturali) perpetuate sul corpo della donna le quali integrano vere e proprie forme di violenza e di violazione della sfera sessuale, quali mutilazione genitale, isteroctomia, sterilizzazione, aborto forzato. (“Condemn and take action to prevent violence against women and girls in health care settings, including sexual harassment, humiliation and forced medical procedures, or those conducted without informed consent, and which may be irreversible, such as forced hysterectomy, forced caesarean section, forced sterilization, forced abortion, and forced use of contraceptives, especially for particularly vulnerable and disadvantaged women and girls, such as those living with HIV, women and girls with disabilities, indigenous and afro-descendent women and girls, pregnant adolescents and young mothers, older women, and women and girls from national or ethnic minorities”).
Sarebbe utopistico pensare ad una unanimità di consensi nell’accoglimento del piano globale delineato al termine dei lavori, il quale, infatti, ha trovato resistenza da parte di paesi come l’Arabia Saudita, l’Iran, l’Egitto e la Libia (quest’ultima si è rifiutata di firmarlo).
In particolare, le obiezioni si sono concentrate sul passaggio in cui si chiarisce che la violenza contro le donne non può essere giustificata da nessun costume, tradizione o motivo religioso; sul concetto della “piena uguaglianza dei coniugi nel matrimonio” che consente di denunciare il coniuge violento; sulla garanzia di libertà sessuale per le ragazze con l’accesso a sistemi di contraccezione.
Alla resistenza dei paesi islamici, si è aggiunta anche quella della Città del Vaticano (che ha un seggio all’ONU come Stato non membro osservatore permanente), della Russia e dell’Iran sul passo concernente il diritto all’aborto e alla salute riproduttiva delle donne.

Documenti:

Testo integrale del documento conclusivo della  57° Sessione della Commissione sulla condizione delle donne.

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