Il delitto di maltrattamenti non si applica ai rapporti di lavoro nelle grandi aziende

Con sentenza depositata in data 8 maggio 2013, la Sesta Sezione della Corte di Cassazione interviene chiarendo i limiti di applicabilità del reato di maltrattamenti in famiglia p. e p. dall’art. 572 c.p. ai rapporti di tipo lavorativo, cercando di porre un freno all’eccessivo “allargamento” di tale fattispecie delittuosa. Se è vero, infatti, che “le pratiche persecutorie realizzate ai danni del lavoratore dipendente e finalizzate alla sua emarginazione (cosiddetto “mobbing”) possono integrare il delitto di maltrattamenti in famiglia“, è pur vero che ciò è possibile esclusivamente nelle ipotesi in cui “il rapporto tra il datore di lavoro e il dipendente assuma natura para-familiare, in quanto caratterizzato da relazioni intense ed abituali, da consuetudini di vita tra i soggetti, dalla soggezione di una parte nei confronti dell’altra, dalla fiducia riposta dal soggetto più debole del rapporto in quello che ricopre la posizione di supremazia” (ex pluris, Corte di Cassazione, Sezione 6 penale, sentenza 13 gennaio 2011, n. 685 e sentenza 3 aprile 2012, n. 12517).
Nella sentenza n. 19760/2013, i Giudici di piazza Cavour ribadiscono, con richiamo alle predette pronunce, che “l’art. 572 c.p. ha ‘allargato’ l’ambito delle condotte che possono configurare il delitto di maltrattamenti anche oltre quello solo endofamiliare in senso stretto. Ma pur sempre la fattispecie incriminatrice è inserita nel titolo dei delitti della famiglia ed indica nella rubrica la limitazione alla famiglia ed ai fanciulli sicché non può ritenersi idoneo a configurarla il mero contesto di generico, e generale, rapporto di subordinazione/sovraordinazione. Da qui la ragione dell’indicazione del requisito, del presupposto, della parafamiliarità del rapporto di sovraordinazione, che si caratterizza per la sottoposizione di una persona all’autorità di altra in un contesto dl prossimità permanente, di abitudini di vita (anche lavorativa) proprie e comuni alle comunità familiari, non ultimo per l’affidamento, la fiducia e le aspettative del sottoposto rispetto all’azione di chi ha ed esercita l’autorità con modalità, tipiche del rapporto familiare, caratterizzate da ampia discrezionalità ed informalità. Se così non fosse, ogni relazione lavorativa caratterizzata da ridotte dimensioni e dal diretto impegno del datore di lavoro per ciò solo dovrebbe configurare una sorta di comunità (para)familiare, idonea ad imporre la qualificazione in termini di violazione dell’art. 572 cp di condotte che, di eguale contenuto ma poste in essere in contesto più ampio, avrebbero solo rilevanza in ambito civile (il cd mobbing in contesto lavorativo, cui fa riferimento tra le altre la sentenza Sez. 6, n. 685/2011), con evidente irragionevolezza del sistema”.
Alla luce di siffatte considerazioni, pertanto, la Sesta Sezione della Corte di Cassazione esclude la configurabilità del delitto di cui all’art. 572 c.p. nelle ipotesi di rapporto di lavoro in una azienda di grandi dimensioni e complessa organizzazione, non potendo tale rapporto essere equiparato a quello esistente tra un datore di lavoro che agisce con ampia discrezionalità ed informalità ed un dipendente che ad esso si affida fiducioso. (Nel caso di specie, trattasi di dirigente dell’Enel Spa imputato per maltrattamenti a danno di una dipendente dell’azienda).

Testo integrale della sentenza:

http://static.ilsole24ore.com/content/AltraDocumentazione/body/13900001-14000000/13972059.pdf

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