Effetti della sentenza n. 32/2014 della Corte Costituzionale: rideterminazione della pena in fase di esecuzione

palazzo capitano

Palazzo del Capitano del Popolo, sede del Tribunale di Perugia

Con sentenza dell’11 giugno 2014, il GIP presso il Tribunale di Perugia, Dott. Luca Semeraro, in funzione di giudice dell’esecuzione, affronta in maniera organica la questione concernente la rideterminazione della pena inflitta per il reato di detenzione e cessione di stupefacente, a seguito della dichiarazione di illegittimità costituzionale (sentenza della Corte Costituzionale n. 32/2014), per violazione dell’art. 77 co. 2 della Costituzione, degli artt. 4-bis e 4-vicies ter del d.l. 30 dicembre 2005, n. 272, come convertito con modificazioni dall’art. 1 della legge 21 febbraio 2006, n. 49, concernenti “… le modifiche apportate con le norme dichiarate illegittime agli articoli 73, 13 e 14 del d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309…”.

A seguito della declaratoria di incostituzionalità della legge Fini-Giovanardi e della “riviviscenza” della legge Iervolino-Napolitano, si è infatti posta la questione della legittimità di dare esecuzione ad una pena “incostituzionale”, in quanto determinata sulla base di una norma incostituzionale nella parte concernente la sanzione.

Il primo profilo che il giudice affronta è quello concernente l’individuazione degli strumenti normativi attraverso i quali è possibile incidere nel giudizio di esecuzione sulla “pena incostituzionale”.

Uniformandosi all’orientamento ormai prevalente, egli ritiene che “sia possibile procedere alla rideterminazione della pena, facendo applicazione diretta dell’art. 30 comma 3 (<Le norme dichiarate incostituzionali non possono avere applicazione dal giorno successivo alla pubblicazione della decisione>) e dell’art. 30 comma 4 della legge 11 marzo 1953, n. 87 (<Quando in applicazione delle norme dichiarate illegittime è stata pronunciata sentenza irrevocabile di condanna, ne cessano la esecuzione e tutti gli effetti penali>).

Si legge nella sentenza che “non può infatti condividersi l’orientamento “tradizionalista” (cfr. Cass. Sez. 1ª, Sentenza n. 27640 del 19/01/2012) che si fonda sulla intangibilità del giudicato, nei limiti dell’art. 2 c.p., per il quale l’art. 30, comma quarto, della l. n. 87 del 1953 è stato implicitamente abrogato dall’art. 673 cod. proc. pen., che ne ha completamente assorbito la disciplina; di conseguenza non sarebbe soggetta a revoca “in executivis” la sentenza di condanna intervenuta per reato aggravato da circostanza dichiarata costituzionalmente illegittima successivamente al suo passaggio in giudicato né è consentito al giudice dell’esecuzione dichiarare non eseguibile la porzione di pena corrispondente”.

Il giudice dell’esecuzione richiama una copiosa giurisprudenza di legittimità a sostegno della propria tesi ed in particolare ricorda la recentissima sentenza n. 18821 delle Sezioni Unite, depositata il 7.5.2014, nella quale si legge: “… Vi sono tuttavia argomenti di innegabile solidità che si oppongono all’esecuzione di una sanzione penale rivelatasi, successivamente al giudicato, convenzionalmente e costituzionalmente illegittima. L’istanza di legalità della pena, per il vero, è un tema che, in fase esecutiva, deve ritenersi costantemente sub iudice e non ostacolata dal dato formale della c.d. “situazione esaurita”, che tale sostanzialmente non è, non potendosi tollerare che uno Stato democratico di diritto assista inerte all’esecuzione di pene non conformi alla CEDU e, quindi, alla Carta fondamentale. E ancora: “… Non va sottaciuto, infatti, che la restrizione della libertà personale del condannato deve essere legittimata, durante l’intero arco della sua durata, da una legge conforme alla Costituzione (artt. 13, comma secondo, 25, comma secondo) e deve assolvere la funzione rieducativa imposta dall’art. 27, comma terzo, Cost., profili che vengono sicuramente vanificati dalla declaratoria d’incostituzionalità della normativa nazionale di riferimento, perché ritenuta in contrasto con la previsione convenzionale, quale parametro interposto dell’art. 117, comma primo, Cost..”… “E, allora, s’impone un bilanciamento tra il valore costituzionale della intangibilità del giudicato e altri valori, pure costituzionalmente presidiati, quale il diritto fondamentale e inviolabile alla libertà personale, la cui tutela deve ragionevolmente prevalere sul primo …”

Ciò premesso, per quanto concerne i poteri del giudice dell’esecuzione nella rideterminazione della pena, si afferma che questi è tenuto esclusivamente ad eliminare la pena “incostituzionale”, riportandola nei limiti previsti dal testo normativo in vigore prima del 2006; quindi il giudicante deve rideterminare la sola pena base da infliggere all’imputato secondo i criteri di cui all’art. 133 c.p., partendo da quella prevista nell’art. 73 comma 4 d.p.r. 309/1990 (nella formulazione della legge c.d. Iervolino-Napolitano) e poi procedere tenendo conto di quanto legittimamente stabilito dal giudice di merito in ordine all’applicazione delle circostanze, al bilanciamento delle stesse, alla riduzione per la scelta del rito. Tali questioni, infatti, sono state già legittimamente decise dal giudice di merito e, non essendo travolte dagli effetti della sentenza cost. n. 32/2014, si ritengono coperte dal giudicato.

Infine il giudice dell’esecuzione ritiene che rientri nei suoi poteri di valutazione anche la possibilità di concedere il beneficio della sospensione condizionale della pena, ricordando, ex pluris, la sentenza n. 4687 del 20/12/2005 con la quale le Sezioni Unite della Corte di Cassazione -sia pure per il diverso caso della abolitio criminis–  hanno affermato il seguente principio: “Il giudice dell’esecuzione, qualora, in applicazione dell’art. 673 cod. proc. pen., pronunci per intervenuta “abolitio criminis” ordinanza di revoca di precedenti condanne, le quali siano state a suo tempo di ostacolo alla concessione della sospensione condizionale della pena per altra condanna, può, nell’ambito dei “provvedimenti conseguenti” alla suddetta pronuncia, concedere il beneficio, previa formulazione del favorevole giudizio prognostico richiesto dall’art. 164, comma primo, cod. pen., sulla base non solo della situazione esistente al momento in cui era stata pronunciata la condanna in questione, ma anche degli elementi sopravvenuti”.

 Testo integrale sentenza dell’11 giugno 2014 del Giudice per le indagini preliminari in funzione di giudice dell’esecuzione, dott. Semeraro, del Tribunale di Perugia, pubblicata sul sito www.magistraturademocratica.it

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