La sostituzione di persona nell’età del 2.0

identità sostituzioneL’evoluzione tecnologica e i profondi cambiamenti sociali ad essa strettamente connessi richiedono inevitabilmente un adeguamento normativo da parte del legislatore, nonché un approccio “più aperto” e “critico” da parte della giurisprudenza nella applicazione delle tradizionali fattispecie criminose.

La 5° Sezione penale della Suprema Corte di Cassazione, con sentenza n. 27754/2014, è tornata sul tema della configurabilità del delitto di sostituzione di persona, p. e p. dall’art. 494 c.p., sul web.

Nel caso di specie, l’imputato veniva condannato “poichè al fine di procurarsi un vantaggio o comunque di recare danno a C.N., si attribuiva la sua identità, pubblicando sul sito www. badoo. com la sua immagine, associata al nominativo “(OMISSIS)”, utilizzando il profilo creato e così inducendo in errore coloro che comunicavano con lui attraverso la chat“.

Il ricorrente impugnava la sentenza affermando, con riferimento all’elemento soggettivo del reato, che la norma penale p. e p. dall’art. 494 c.p. richieda un dolo specifico, caratterizzato dal fine di recare a sè o ad altri un vantaggio o di recare ad altri un danno, dolo da ritenersi escluso nella mera pubblicazione di un profilo su Internet, non del tutto riferibile alla persona offesa, della quale veniva solo utilizzata una fotografia e non anche il nome.

I giudici di piazza Cavour ritengono del tutto infondata la doglianza; ricordano, infatti, che “oggetto della tutela penale è l’interesse riguardante la pubblica fede, in quanto questa può essere sorpresa da inganni relativi alla vera essenza di una persona o alla sua identità o ai suoi attributi sociali; siccome si tratta di inganni che possono superare la ristretta cerchia d’un determinato destinatario, il legislatore ha ravvisato in essi una costante insidia alla fede pubblica, e non soltanto alla fede privata e alla tutela civilistica del diritto al nome”. Fatta tale premessa, è evidente la sussistenza nel caso concreto di tutti gli elementi costitutivi dell’art. 494 c.p., sia per quanto riguarda i vantaggi sia per il danno arrecato a terzi: il ricorrente, in virtù della falsa identità, intratteneva rapporti con altre persone e/o soddisfaceva una propria vanità (vantaggio non patrimoniale), nonché ledeva l’immagine e la dignità della persona offesa attraverso una descrizione poco lusinghiera della stessa, come dimostrato dall’aggressione verbale di uno sconosciuto, che lo accusava di aver insultato la propria fidanzata e lo minacciava di denunciarlo, nonchè dalle rimostranze di una conoscente, che lo accusava di essere una persona poco seria.

I giudici, a sostegno di tale pronuncia, menzionano alcune recenti e significative decisioni sul tema; in particolare si è ritenuto sussistere il delitto di sostituzione di persona “nella condotta di colui che crei ed utilizzi un “account” ed una casella di posta elettronica, servendosi dei dati anagrafici di un diverso soggetto, inconsapevole, con il fine di far ricadere su quest’ultimo l’inadempimento delle obbligazioni conseguenti all’avvenuto acquisto di beni mediante la partecipazione ad aste in rete” (Sez. 3, n. 12479 del 15/12/2011, dep. 03/04/2012); così sussiste nella condotta di chi “inserisca nel sito di una chat line a tema erotico il recapito telefonico di altra persona associato ad un nickname di fantasia, qualora abbia agito al fine di arrecare danno alla medesima, giacchè in tal modo gli utilizzatori del servizio vengono tratti in inganno sulla disponibilità della persona associata allo pseudonimo a ricevere comunicazioni a sfondo sessuale” (Sez. 5, n. 18826 del 28/11/2012 – dep. 29/04/2013); infine (si veda, Sez. 5, n. 46674 del 08/11/2007, Adinolfi, Rv. 238504,) si ritiene sussistere il delitto nella “condotta di colui che crei ed utilizzi un account di posta elettronica, attribuendosi falsamente le generalità di un diverso soggetto, inducendo in errore gli utenti della rete internet nei confronti dei quali le false generalità siano declinate e con il fine di arrecare danno al soggetto le cui generalità siano state abusivamente spese (nella specie a seguito dell’iniziativa dell’imputato, la persona offesa si ritrovò a ricevere telefonate da uomini che le chiedevano incontri a scopo sessuale)”. È evidente che nella condotta de qua, come nel caso in esame, la descrizione di un profilo poco lusinghiero consente di riconoscere, oltre all’intento di conseguire un vantaggio non patrimoniale, quello di recare un danno all’altrui reputazione, intesa come l’immagine di sè presso gli altri.

Testo integrale della sentenza:

Cassazione Penale, 5° Sezione Penale, sentenza n. 25774/2014

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